L’ANGOLO BIANCOSCUDATO




 

di Andrea Miola

“Non è la squadra di Calabro”. Sei parole che mettono paura, più delle due sconfitte di fila rimediate all’Euganeo dopo la sosta. Con una simile frase il tecnico biancoscudato, dichiarando pure di non voler mollare, di fatto ha alzato bandiera bianca. Se quella non è la sua squadra, delle due l’una: o i giocatori hanno dei limiti e quindi l’allenatore non ha margini d’intervento, o i protagonisti in campo non lo seguono. Quello che è certo, il Padova, dopo un buon avvio, è venuto a mancare proprio quando sembravano esserci i presupposti per un salto di qualità sul piano tecnico e dei risultati. Con una rosa profondamente ritoccata, il passare del tempo sulla carta doveva rivelarsi un alleato prezioso e invece, proprio sul più bello, la macchina si è inceppata.
Dopo la pessima prestazione con la Carrarese, il bis all’Euganeo con la Virtus Entella ha visto sì qualche leggero miglioramento, qualche fase in cui la squadra ha provato a giocare e a verticalizzare, ma troppo poco per avere ragione di un avversario ben messo in campo, ma non certo formato da fenomeni. Ancora numerosi gli errori dietro e ancora evidenti quei limiti di testa che bloccano Zuelli e colleghi quando gli avversari vanno a segno. Da quel momento il Padova spegne la luce, perde mordente e lucidità e fatica pure ad affacciarsi con giocate pulite all’area avversaria. In un contesto di un gruppo che deve ancora formarsi, anonime le prestazioni di chi è entrato in campo a gara in corso, gente esperta come Galazzi e Moro e addirittura Fusi e Capelli, esponenti di una vecchia guardia in cui i valori individuali venivano esaltati proprio dal collettivo e dallo spirito di gruppo, caratteristiche sempre apprezzate nel recente passato dal popolo biancoscudato che, per i tanti cambiamenti estivi, rischiano gradualmente di scemare.
Quando si è visto finora il vero Padova di Calabro all’insegna dell’intensità? Una prova gagliarda a Pisa, un ottimo primo tempo con il Verona e una risposta importante per gran parte del match a Palermo. Nelle ultime cinque gare, da Cremona in poi e con eccezione della sfida in casa della capolista, la squadra ha invece spento la luce, rimediando un’unica vittoria oltre i meriti con l’Ascoli a fronte di quattro ko. Serve dunque una svolta, un vero cambio di rotta per evitare di entrare definitivamente in una spirale da cui è difficile rientrare.
La società, consapevole del fatto che cambiare adesso rappresenterebbe un’ammissione di fallimento del progetto tecnico a distanza di tre mesi dal suo avvio, ha deciso di confermare l’attuale allenatore, passando di fatto la palla ai giocatori, a loro volta sotto processo per un rendimento ben al di sotto delle loto potenzialità e non in linea con quanto speso per i loro cartellini e per gli ingaggi.
Una scelta giusta? Lo diranno i risultati e le prestazioni ed è anche vero che in passato è capitato più di una volta che, con un tecnico sull’orlo dell’esonero, ci sia stato poi un cambio di passo. E’ il caso ad esempio, del caso del Catanzaro dell’anno scorso. Proprio dopo la sconfitta con il Padova, il destino di Aquiliani sembrava segnato, ma poi è arrivata una vittoria e la squadra ha svoltato fino a sfiorare la serie A. Sicuramente si tratta comunque di una scelta coraggiosa perché mai come in questa occasione la piazza sembrava mostrare il pollice verso nei confronti di un proprio allenatore. A Calabro, dunque, il compito di risollevare la barca nel prossimo trittico di gare, sabato ad Avellino, martedì sera all’Euganeo con il Sudtirol e poi a Catanzaro, ma sono sotto esame i giocatori stessi e chi ha fatto le scelte sul fronte tecnico. Una cosa è certa: buttare all’aria il clima di grande entusiasmo che si è venuto a creare negli ultimi mesi all’ombra del Santo sarebbe un peccato mortale.